
FILOSOFIA DEL PROGETTO
Le ipotesi teoriche di partenza
La storia come oggetto di conoscenza
Anche nei contesti scolastici più “illuminati” la
Storia è troppo spesso materia di studio acritico,
quasi mnemonico; il libro di testo si accetta come insieme
di verità rivelate, come qualcosa di cristallizzato.
I tentativi degli editori di alternare la narrazione di fatti storici
con riproduzioni di documenti di archivio o comunque di “fonti” deve
spesso lasciare il passo alla necessità di “correre” per
terminare i programmi ministeriali e quelle “illustrazioni” sono
spesso solo oggetto di sguardi frettolosi che lo studente può dedicare
a ciò che “non è da studiare”.
Eppure la reciprocità di interesse fra Scuola
e Archivi è innegabile:
la Scuola ha necessità di creare stimoli
nuovi negli alunni per motivarli a conoscenze e saperi che rischiano
di diventare sempre più astratti; ha necessità, se il processo
dell’autonomia scolastica come sembra, è destinato a realizzarsi,
di radicarsi sempre più sul territorio, di interagire con esso
e quindi di conoscerlo anche storicamente.
Gli archivi locali, una volta risolto il problema della
conservazione e della salvaguardia, hanno il problema della valorizzazione,
dell’apertura a una nuova utenza, di rendere reale
una ricaduta che in parti giustifichi gli investimenti fatti in inventari
e strumenti di consultazione.
L’insegnamento della storia locale come fonti di
educazione alla cittadinanza
L’attenzione degli Storici alla storia sociale
e locale,
come orizzonte più ristretto ma più significativo della histoire événementielle,
si deve alla generazione di studiosi che, durante il ventennio successivo
alla fine della seconda guerra mondiale, a partire dalla Francia, rifondò il
modo di fare Storia, ridefinendo sia gli oggetti di indagine sia le tecniche
di raccolta ed interpretazione delle informazioni, e focalizzando l’attenzione
non tanto sulla narrazione o sulla descrizione di singoli avvenimenti,
isolati nel tempo e nello spazio, quanto piuttosto sulla conoscenza,
scientificamente fondata, delle convinzioni condivise dai nostri antenati
e sulla fitta trama delle loro azioni.
Il lavoro degli storici – la Storiografia – collega
il passato al presente, precisa i comportamenti degli antenati per chiarirne
le azioni, gli intendimenti, le convinzioni e gli affetti trasmessi,
nel tempo, fino a noi. Gli storici – uomini del presente – interrogano
e spiegano il passato in modo da chiarirne le differenze ed analogie,
vicinanze e distanze rispetto all’oggi, giacché il
passato influenza il presente più di quanto comunemente si creda:
la cultura degli uomini, infatti, vale a dire la rete di senso che permette
di recepire la realtà e, di conseguenza, di compiere azioni, cambia
molto più lentamente dei mezzi tecnici dei quali ci si avvale
per sfruttare l’ambiente e per produrre e distribuire ricchezza.
Per questa ragione la storia è disciplina del contesto e del globale
che coltiva l’ambizione di pervenire a soddisfacenti comprensioni
della condotta e degli atteggiamenti degli uomini del passato
locale.
Lo studio della storia può aiutare a ricostruire l'evoluzione
del "patto" di convivenza tra gli uomini di ogni tempo,
nelle sue varie componenti: sociali, giuridiche, istituzionali. Da
qui l’importanza della Educazione civica, che
può essere finalizzata, attraverso l'esercizio della discussione
democratica e il dibattito di temi socialmente rilevanti, alla formazione
di una cittadinanza critica e responsabile.
La funzione civile della Storia consiste per l’appunto
nel trasmettere il principio dell’identità culturale,
cioè dell’appartenenza ad una società,
ad una civiltà, che permette di comprendere perché le cose
siano fatte in un certo modo (per esempio: dalla struttura e forma degli
edifici ai modi di preparare i cibi e le bevande) in relazione ai valori
prevalenti nella vita sociale, civile ed economica.
L’orizzonte della didattica della storia visto
dalla finestra-archivio
Il tema della Didattica d’Archivio e del rapporto tra Scuola e
Archivi quali agenzie formative in possibile sinergia non è di
matrice recente.
L’emergere del tema della didattica negli archivi italiani – inteso
con riferimento alle attività educative e ai rapporti con il mondo
della scuola e della formazione non specialistica - risale alla fine
degli anni ’70: in ritardo, e con caratteristiche diverse rispetto
ad analoghe realtà europee.
Il dibattito si aprì, fra gli anni ’70 e ’80,
attorno alla fisionomia e all’identità professionale dell’archivista,
forte in Italia di una prestigiosa tradizione scientifica ma contemporaneamente
attento e aperto al nuovo clima culturale.
Fu quella l’epoca in cui realtà archivistica italiana iniziò a
sperimentare attività e progetti per corrispondere sempre di più e
sempre meglio alle aspettative del pubblico non specialistico proponendo,
con un’intensità in precedenza sconosciuta, attività espositive,
visite guidate, accoglienza didattica e itinerari documentari: su 113
istituti archivistici statali, a metà degli anni ’80, ben
98 segnalavano iniziative didattiche, promosse per il 70% dagli istituti
stessi (R.A.S., 1985).
Alla spontaneità sperimentale, generosa e disorganica
di questa “prima generazione” di attività didattiche
seguì una fase di inevitabile riflessione (parallela, anche se
sovente separata, rispetto ad altra analoga entro il mondo della scuola),
in cui si posero interrogativi e si evidenziarono indicazioni e modelli
di lavoro:
- Quale didattica si proponeva nei nostri archivi? Quali le sue esigenze
rispetto alla generica attività di divulgazione?
- Quali i soggetti cui affidare o con cui elaborare le attività didattiche
e quale la loro necessaria formazione?
- A quali strutture ancorare lo svolgimento delle attività didattiche
negli archivi e la raccolta della documentazione prodotta?
La riflessione si infittì fra 1984 e 1986 e
produsse, fra gli altri:
- l’uscita del numero doppio della RAS 1985 dedicato ad Archivi
e didattica (e conseguente presentazione con seminario a Bologna 30-31
ottobre 1986)
- la produzione di materiale didattico di grande qualità da
parte di alcuni archivi di Stato quale quello di Torino (in coll. Con
IRRSAE Piemonte)
- diversi Convegni sulla didattica dei beni culturali ed in particolare
di quelli archivistici a Taranto (novembre 1986) e a Caltanissetta
(A.S. e CIDI, dicembre 1986)
Oggi il dibattito è ancora aperto: dal 1992 al
2000 si sono registrati almeno 11 convegni e si distingue fra didattica
degli archivi,
avente come obiettivo la promozione della conoscenza dell’archivio-istituto
o complesso documentario, e didattica negli archivi che
si propone di penetrarvi attraverso veri e propri itinerari di ricerca,
riproducendo come in un laboratorio le tecniche del lavoro storico a
partire dalle fonti.
L’orizzonte della didattica della storia visto
dalla finestra-scuola
Un dibattito altrettanto vivace animò il mondo della
scuola a partire dagli anni ’70, mettendo a fuoco la
necessità del superamento dell’egemonia del manuale scolastico
e la sua integrazione con esperienze dirette – dall’inevitabile
valore formativo - di ricerca sulle fonti (Brusa, 1987, 111-138; Guarracino,
1987; Gusso, 1986).
Dall’interno degli ambienti scolastici si metteva
in guardia inoltre da alcuni usi didattici impropri dell’archivio :
- la visita guidata passiva (il modello “delle meraviglie” ossia “guardare
e non toccare”)
- l’esibizione di singoli documenti più o meno famosi
nel quadro di una limitativa “sindrome dell’originale”
- il “labirinto puro”, ossia la proposta di una ricerca
eccessivamente ampia, totalmente disorientante
- il “falso labirinto”, ossia una ricerca talmente semplificata
da non consentire il ritrovamento se non di quanto fosse già stato
predisposto.
Dall’approccio alla documentazione storica, oltre all’effetto
emotivo della visione delle carte, dovrebbe scaturire una conoscenza
meno superficiale delle funzioni degli archivi quasi sempre ignorate,
nonché una maggiore consapevolezza della necessità di conservazione
e di salvaguardia di questo bene culturale di non facile fruizione. Infatti
si rivela di primaria importanza l’intervento dell’archivista
in qualità di esperto che più di ogni altro conosce le
serie archivistiche e può facilitarne l’utilizzo.
Infatti gli oggetti e gli argomenti da approfondire esaminando
le carte di un archivio sono i più disparati: si può ricostruire
il quadro storico locale delle diverse epoche ripercorrendo anche le
tappe della storia nazionale ed europea; si possono seguire gli sviluppi
urbanistici con le conseguenti e molteplici trasformazioni del territorio;
sfogliando bandi, editti e regolamenti è possibile conoscere le
norme che disciplinavano i rapporti amministrativi, politici e sociali
all’interno della città. E per i più curiosi, è possibile
confrontarsi con le metamorfosi che nel tempo hanno subito lo stile e
la grafia con cui i documenti sono stati redatti. Tutto ciò in
un’ottica multidisciplinare e interdisciplinare che integri la
materia-Storia con la Geografia, le Scienze, la Storia dell’arte,
la Musica, le Scienze dell’Amministrazione, dell’Economia
e le Scienze Sociali.
La nostra proposta di sintesi
È possibile rappresentare graficamente il modo in cui gli attori
coinvolti nel progetto hanno raccolto la sfida dell’integrazione
fra l’orizzonte degli Archivi e quello delle Scuole e
della valorizzazione dell’archivio e del suo patrimonio quali
chiavi di lettura approfondite della realtà attuale, custodi delle
molteplici memorie della vita cittadina, agenti di sviluppo dei valori
di cittadinanza e di legalità nei giovani alunni delle Scuole
in Rete.

I principi metodologici
I principi metodologici seguiti sono stati scelti tenendo in considerazioni
vincoli e criticità didattiche implicati dalla natura stessa del
progetto.
Vanno sottolineate, infatti, da un lato le difficoltà che un sistema
scolastico non iniziato alle pratiche della didattica d’archivio
può incontrare (la didattica con gli archivi richiede tempi lunghi,
non è possibile per le classi recarsi molte volte in Archivio,
gli archivi non sono attrezzati per ricevere scolaresche numerose e per
riceverle di frequente, la tutela del patrimonio archivistico è spesso
minacciato dalle incursioni delle scolaresche); dall’altro, le
criticità derivanti dalla differenza di età e di livelli
scolastici dei destinatari delle azioni progettuali, allievi di Scuola
secondaria superiore, di Scuola Media e di Scuola Elementare che si accingono
ad affrontare il mondo della ricerca storica ciascuno con il proprio
bagaglio di competenze, desideri, curiosità intellettuali.
Queste in sintesi le linee metodologiche adottate per far fronte ai vincoli
individuati.
RETE E COOPERAZIONE
La collaborazione tra gli attori della Rete locale garantisce
l’integrazione delle risorse e l’uso sinergico delle risorse
e delle specificità dei ruoli di ognuno attraverso la condivisione
e la collaborazione all’interno del percorso progettuale comune.
Il Collegamento con la Rete nazionale, ed in particolare con la Sovrintendenza
Archivistica dell’Emilia Romagna, l’ANAI – sezione
regionale dell’Emilia Romagna e l’Archivio Storico del Comune
di Modena, costituisce il punto di forza per la formazione dei formatori,
la riflessione sulle Buone prassi italiane di didattica della ricerca
storica, la pubblicizzazione del progetto, la modellizzazione dell’esperienza,
la promozione conclusiva del progetto e dei suoi risultati.
EMPOWERMENT
La parola inglese "empowerment" deriva dal verbo "to
empower" che in italiano viene comunemente tradotto con "conferire
poteri", "mettere in grado di".
Pur avendo accezioni specifiche in diversi ambiti di applicazione, il
termine empowerment può essere inteso come "accrescere
la possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente
la propria vita" e di costruire il proprio percorso di
crescita prefigurando obiettivi e attivando risorse e potenzialità già presenti
all’interno dell’individuo/del gruppo ma inespresse.
La metodologia dell’Empowerment attraversa tutte le fasi per definire
e tracciare il percorso di orientamento e potenziamento individuale (dei
singoli allievi) e del sistema (le istituzioni scolastiche e l’archivio).
EDUCAZIONE FRA PARI
L’Educazione fra pari si basa sull’Empowerment
e si configura come la metodologia grazie alla quale un Gruppo di Educatori (in
questo caso i destinatari diretti delle attività progettuali)
assume pubblicamente dinanzi al Gruppo di Pari (il gruppo-Classe
o il gruppo-Interclasse) la responsabilità di elaborare e realizzare
(con il coinvolgimento di tutti, anche degli alunni che non partecipano
direttamente al progetto) un percorso di crescita e di cambiamento della
realtà scolastica in cui tutti vivono. Il metodo risulta particolarmente
utile per costruire percorsi integrati tra le attività laboratoriali,
attività scolastiche e percorsi curriculari.
PROTAGONISMO DEGLI ALLIEVI
I Laboratori sono finalizzati tra l’altro alla
promozione del protagonismo degli allievi, superando l’approccio puramente passivo
e recettivo della didattica in classe per raggiungere livelli progressivi
di autonomia e responsabilità.
MAPPE CONCETTUALI
Le preconoscenze, i concetti, le informazioni, gli schemi, le strategie,
cioè tutto quello che avviene prima dell'insegnamento e che i
soggetti - anche bambini più piccoli delle classi elementari -
già padroneggiano, funziona da filtro rispetto alle nuove conoscenze.
Le tecniche delle mappe concettuali sono alla base dei
laboratori, sia affinché l'insegnante possa basarsi sulle conoscenze
pregresse sia, soprattutto, affinché i ragazzi stessi possano
metterle in discussione, arricchirle o ristrutturarle per integrare le
nuove conoscenze con il sistema di conoscenze già disponibile.
APPRENDIMENTO DALL’ESPERIENZA EMPIRICA
Più volte e in più ambiti è stato dimostrato che “S'impara
facendo”: facendo delle esperienze, mettendo in pratica procedure,
categorie, concetti; imparando a usare degli strumenti.
La disciplina della Storia, a differenza della Chimica o della Fisica,
non dispone di oggetti o di elementi materiali da far reagire; la Storia
ha sempre a che fare con dei discorsi scritti, come il manuale o i documenti,
e discorsi orali, come nelle testimonianze dirette. Dunque "FARE" in
Storia è sempre stato problematico.
Ma il Laboratorio come metodologia educativa permette di fare esperienze,
imparare a usare procedure, materiali, metodi per la costruzione di conoscenze
ed esperienze reali o simulate che consentano tuttavia processi reali
di apprendimento.
APPRENDIMENTO COOPERATIVO
Il cooperative learning è un metodo d’insegnamento-apprendimento
che applica particolari tecniche di cooperazione all’interno della
classe, dirette a piccoli gruppi di alunni.
Esso per l’importanza che attribuisce al rapporto interpersonale
nell’apprendimento, è definito come uno dei "metodi
a mediazione sociale". In tale contesto l’insegnante è l’organizzatore,
il mediatore e il facilitatore delle esperienze di apprendimento; gli
alunni, oltre ad essere i destinatari dell’azione educativa, sono
essi stessi i protagonisti principali dell’apprendimento e reale
risorsa cui fare riferimento.
Il livello e la qualità del funzionamento di un gruppo scolastico
vengono valutati e misurati in riferimento ad una variabile specifica:
la capacità di costituirsi come "gruppo di lavoro".
INSEGNARE PER PROGETTI
“Conoscere la Storia per abitare la Legalità” ha
fatto propria la tesi del Prof. Giuseppe Deiana (Storia e Filosofia presso
il Liceo Scientifico “S. Allende” di Milano), secondo il
quale l’Innovazione è data dall’incontro tra storia
come scienza sociale e didattica in senso “scientifico” (o
critico) e consiste nell’INSEGNARE PER PROGETTI secondo una rigorosa
metodologia di progettazione e di sperimentazione sensata (Le “sensate
esperienze e necessarie dimostrazioni” di matrice Galileiana) (Giuseppe
Deiana, Modelli didattici: le ragioni della “ricerca” storica
a scuola, in Contemporanea, n.2, aprile 1999).
Euride
Fregni, Sovrintendente Archivistica per l’Emilia Romagna, Archivi
locali e promozione di conoscenza, in Archivi locali e insegnamenti
storici, Quaderni dell’Archivio Storico di Modena (collana
diretta da Aldo Borsari), 2001, pagg.49/55
Guarracino S., Guida
alla prima storia. Per insegnanti della scuola elementare,
Editori Riuniti, Roma 1987, p.55

Il significato dell’esperienza
Lavorare su documenti autentici, in un’epoca in cui la falsificazione
e la virtualità sono diventate norma, non è solo un’occasione
imperdibile per fare storia ma un’operazione di alto valore civile
e morale. Si moltiplicano infatti senza sosta i tentativi di negare fatti
ed eventi del passato lontano e recente, riducendo tutto ad un relativismo
pericoloso, che pretende di cancellare anche l’Olocausto o confinare
la mafia nell’ambito di un fenomeno di costume.
Su questo orizzonte si è dispiegato il progetto “Conoscere
la storia per abitare la legalità” che nel fare incontrare
soggetti diversi, attraverso linguaggi e approcci diversi, intendeva
far scoprire il fascino della storia locale sui documenti autentici e
contemporaneamente indirizzare alla legalità secondo il principio
ciceroniano della “Historia magistra vitae”.
Non c’è infatti un unico modo per costruire il racconto
storico, né la finalità del raccontare la storia può essere
ricondotta ad unità. Certamente tra le molteplici e svariate finalità della
storia o, più precisamente, della storiografia c’è,
o può esservi, la costruzione o il rafforzamento di una determinata
identità, spesso quella dominante. È indubbio, infatti,
che solo ciò che si conosce e che ci appartiene è veramente
degno di attenzione e di cura e nulla ci appartiene più della
nostra storia anche quella piccola o piccolissima che compare solo negli
archivi storici o in quelli privati, magari solo nell’occasione
di una compravendita, di un’eredità, di un beneficio. Così può accadere
che spulciando tra gli scaffali polverosi dell’Archivio di Stato
di Palermo, nella preziosa cornice del cinquecentesco Oratorio della
Gancia, sotto l’occhio vigile delle storiche- archiviste, ci si
imbatta, come è successo ai nostri ragazzi, in storie cadute nell’oblio.
Ad esempio nel fantasma di una monaca ribelle, Anna Valdina che, al pari
della Gertrude manzoniana, fu destinata alla monacazione dal padre a
soli sette anni anni, per motivi patrimoniali e che non cessò di
scagliarsi contro l’istituzione ecclesiastica finché non
vide annullati i suoi voti; ed anche in un raro documento in base al
quale il comune di Corleone potè respingere le pretese dei Ventimiglia
che volevano ridurlo a feudo, dimostrando la sua legittima aspirazione
a vivere come libera comunità.
Da queste storie hanno preso ispirazione le attività dei laboratori
condotti dagli studenti che, servendosi di modalità consone alla
loro età e al tipo di scuola, hanno mostrato il loro modo di fare
la Storia attraverso le storie: disegni, giornali, statistiche, tabelle
anagrafiche e ricerche sulle professioni e perfino una pièce teatrale
dove Anna Valdina, per secoli costretta al silenzio come Marianna Ucria,
ha finalmente ritrovato la voce per gridare la sua rabbia e il suo dolore
per la sopraffazione di cui, non solo lei, ma moltissime donne sono state
fatte oggetto, in ogni periodo storico.
(A cura di Teresa Scelsi, coordinatrice del progetto)
Riferimenti bibliografici
AA.VV. Archivi locali e promozione di conoscenza, in
Archivi locali e insegnamenti storici, Quaderni dell’Archivio Storico
di Modena (collana diretta da Aldo Borsari), 2001
Amministrazione archivistica del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, http://archivi.beniculturali.it
Archivio Storico del Comune di Modena, www.comune.modena.it/archiviostorico/
Associazione Nazionale Archivistica Italiana, ANAI, http://www.anai.org/homea.htm
Guarracino S., Guida alla prima storia. Per insegnanti
della scuola elementare, Editori Riuniti, Roma 1987
Progetto Bibliolab, http://www.bibliolab.it
Torrisi Claudio (a cura di), “Didattica
della Storia e Archivi”, Salvatore Sciascia Editore, nel 1987
powered by "NEXT
- Nuove Energie X il Territorio" - grafica e montaggio "Alessandro
Giglio"
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